Tutti gli usi delle erbe spontanee

Le donne che abitano i borghi delle montagne abruzzesi sono sempre state un po’ streghe, un po’ fate e un po’ guaritrici. Custodi di ricette tramandate da generazione in generazione e profonde conoscitrici di erbe spontanee, radici e fiori, erano solite utilizzarle in molti campi, uno tra tutti la tintura. In inverno, approfittando dei camini accesi, era tutto un bollire di fili di lana e tessuti per prepararli al bagno di colore.

Inizialmente l’uso delle erbe spontanee era una necessità proprio per il territorio impervio in cui questi borghi erano situati, inoltre il clima nei lunghi inverni era decisamente inclemente e si doveva approfittare dei pochi mesi estivi per farne scorta.

Le vie della transumanza erano piene di cicoria, tarassaco, aglio selvatico, asparago, borragine, valeriana, un vero tesoro per i pastori poiché raccogliendole stradafacendo le preparavano per cena facendone un piatto unico. E’ quello che si chiama “acqua cotta”: in un paiolo si metteva a friggere un po’ di strutto, si aggiungevano le verdure a pezzetti, un po’ di acqua, sale e si lasciava bollire fino a farne uno stufato, al piatto si metteva il pane raffermo e si copriva con questo stufato di verdure, ove possibile si condiva con formaggio pecorino o ricotta.

Ogni nuovo mattino, uscirò per le strade cercando i colori (Cesare Pavese)

Gli scrigni dei tratturi, tuttavia, custodiscono anche preziose erbe tintorie come la famosa “Isatis tinctoria” conosciuta anche con il nome di Glastro, Guado, Pastello. Le vie tratturali dell’Abruzzo Aquilano ne sono piene perché questa è l’unica pianta che in natura tinge blu e attorno al 1230, per soddisfare una sempre maggiore richiesta da parte dei drappieri e dei tintori, cominciò a essere coltivata. Il principio colorante è contenuto nelle sue foglie e il processo di estrazione è lungo e complesso ecco perché da quel periodo il “panno blu” aquilano era talmente prezioso da diventare una vera e propria merce di scambio e il guado si dice avesse il marchio di origine. A poco a poco cominciò ad essere esportato dall’Abruzzo in tutta Europa seguendo le vie della lana e dello zafferano.

Altre piante tintorie hanno reso preziosi i filati con cui si confezionavano biancheria e pezzi di arredo pregiati e tutt’oggi molto apprezzati. C’è la ginestra tintoria i cui fiori lasciati bollire con la lisciva rilasciano un bel colore biondo, perfetto per le tele di lino; la robbia le cui radici rilasciano un pigmento rosso, l’elicriso che oltre a rilasciare un delicato odore di liquirizia tinge di un bel giallo sole, le bacche di sambuco che se lasciate bollire con allume di rocca rilasciano il colore rosso, chiamato volgarmente “sangue di bue”, se invece si aggiunge il bicarbonato, ecco che il rosso diventa blu scuro tendente al viola. E come non citare le more di rovo, i mirtilli, il prugnolo per tutte le tonalità di grigio-blu-viola. Da non dimenticare le foglie e il mallo delle noci e le galle di quercia e il vino rosso da cui tutta la storia della tintura è cominciata.

Una mattina, siccome uno di noi era senza nero, si servì del blu: era nato l’impressionismo (Pierre-Auguste Renoir)

L’uomo è sempre stato affascinato dai colori. L’origine dell’arte tintoria la possiamo collocare al Neolitico, sono stati ritrovati dei reperti risalenti a 3600 anni AC. Nel 715 AC è stata riconosciuta come vera e propria arte durante l’Impero Romano. In qualunque modo i nostri antenati abbiano scoperto la tecnica della tintura non abbiamo che da ringraziarli per averci tramandato questo enorme tesoro.

Lungo le antiche strade della lana calpestate dalle camminatrici de I Viaggi di Penelope si avrà modo di conoscere da vicino l’arte della tintura naturale e il riconoscimento delle erbe spontanee attraverso i laboratori di tintura naturale e cooking class proposti nelle varie tappe di sosta e sarà divertimento assicurato.

a cura di Antonella Marinelli

Fonti: l’immenso bagaglio esperienziale di Nonna Agnese 😊

Il colore soprattutto, forse ancor più del disegno, è una liberazione. Henri Matisse.